Il vulcano Etna è già crollato nel 6000 a.C.

Il vulcano Etna sta collassando e scivolando lentamente nel Mare Jonio, confermano gli esperti, ed uno studio afferma che questo è già accaduto in passato. Un movimento lento ma inesorabile sta facendo collassare il vulcano attivo più alto d’Europa. Anche se questa notizia è stata accolta scetticamente in quanto teoricamente potrebbero occorrere anche 100.000 anni oppure un attimo, un nuovo studio dell’INGV di Pisa ha fatto tornare i timori in quanto ha appurato che il vulcano Etna è già collassato e crollato nel Mare Jonio nel 6000 a.C.

Vulcano Etna
Vulcano Etna

Intorno al 6000 a. C. il fianco orientale del vulcano Etna crollò in mare e provocò uno tsunami così potente da devastare non solo la Sicilia e l’Italia Meridionale ma tutto il Mediterraneo Orientale. Secondo quanto ritengono gli studiosi, esso fu anche responsabile dell’abbandono dei primi insediamenti urbani sulle coste mediorientali, tra cui la città di Atlit-Yam, nel nord di Israele, le cui rovine sommerse giacciono ad alcune centinaia di metri dalla costa. Ma secondo quanto stanno appurando geofisici e vulcanologi, la catastrofe etnea di 8000 anni fa potrebbe ripetersi di nuovo (speriamo in un futuro lontano), come indicato dal lento “slittamento” verso il Mar Jonio della parete est del vulcano, sotto la spinta della Faglia Pernicana, una frattura geologica che attraversa il cono dell’Etna lungo il versante nord-orientale, fino ad arrivare alla costa nei pressi dell’abitato di Fiumefreddo. Il versante orientale del vulcano Etna attualmente è percorso da una profonda depressione nota come Valle del Bove, una zona disabitata e priva di vegetazione che più volte nella storia delle eruzioni ha raccolto i flussi lavici fino al loro naturale esaurimento, impedendo così che giungessero alle zone abitate più a valle. Le origini di questa depressione sono stati dibattuti a lungo fino ad arrivare alla conclusione che quest’area è stata generata dal crollo di un lato del cono dell’Etna. I materiali residui di questo immane collasso sono ancora visibili alle pendici del vulcano, in un deposito di detriti geologici denominato Chiancone, nei pressi dell’attuale abitato di Riposto sulla costa ionica.

Lo studio ha stabilito che la quantità di materiale vulcanico coinvolto nel crollo fu dell’ordine di 35 chilometri cubici e che esso, proprio intorno al 6000 a. C., raggiunse il mare diffondendosi sui fondali fino ad una distanza di 20 km dalla costa, come dimostrato dalle analisi sottomarine. La cosa più impressionante tuttavia fu che la grande quantità di materiale finito in acqua provocò un enorme tsunami con onde alte più di 40 metri, I ricercatori dell’INGV di Pisa hanno ricostruito nei minimi dettagli, minuto per minuto, l’andamento della catastrofica muraglia d’ acqua. Pochi minuti dopo il loro formarsi, le onde giganti si abbatterono sulle coste della Sicilia Orientale. Poi dopo un quarto d’ora cominciarono a sommergere tutta la riviera ionica della Calabria e della Puglia, per poi abbattersi sull’Albania dove arrivarono all’incirca un’ora dopo il crollo del vulcano Etna. Le mega-onde dirette ad est raggiunsero invece la Grecia un paio di ore dopo ed alquanto ridotte in altezza, 10-15 metri, ma ugualmente devastanti. Poi fu la volta della costa nordafricana: Tunisia, Libia ed Egitto vennero raggiunte dopo tre ore dalle onde dirette a sud, con un’altezza di 8-13 metri. Infine dopo altre tre-quattro ore lo tsunami raggiunse le coste del Mediterraneo Orientale dalle sponde della Turchia Meridionale fino a quelle cipriote, siriane, libanesi ed israeliane, cogliendo così di sorpresa anche gli ignari abitanti di Atlit-Yam. L’altezza delle onde si era ridotta ad un decimo rispetto a quelle immediatamente provocate dal crollo del vulcano Etna ma sufficienti tuttavia per devastare, mietere vittime e convincere i terrorizzati superstiti ad allontanarsi definitivamente dall’”ira del dio del mare” per fondare nuove e più sicure città sugli altopiani delle regioni interne.

Ma i ricercatori dell’INGV di Pisa analizzando i fondali del Mediterraneo orientale hanno inoltre scoperto qualcos’altro che potrebbe rivelarsi alquanto inquietante. Al di sotto dei sedimenti smossi dallo tsunami del 6000 a. C. ne sono presenti altri, frutto di precedenti crolli sempre della parete orientale del vulcano Etna in epoche ancora più remote. Dunque questi eventi distruttivi potrebbero presentare una periodica ricorrenza nel corso dei millenni, ed il nostro vulcano potrebbe ancora collassare in futuro, come attualmente si teme (leggi nostro articolo del 12/10/18 QUI), provocando un altro gigantesco tsunami nelle acque del Mar Jonio e del Mediterraneo che avrebbe conseguenze ben più disastrose di quanto avvenne nel 6000 a,C. Intanto, è notizia di questi giorni, l’Etna dalle sue faglie sta emettendo il velenoso e cancerogeno gas radon, un ulteriore pericolo per gli abitanti della zona.

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